EVERSIONE PER LA REVERSIONE

Dal 1963, Ar esprime con mono-tonia (mentre tanto, intorno, cambia e innumerevoli falò di vanità si accendono) un senso del mondo, di cui sono eco le opere che pubblica, riverbero le parole che intesse, conferma le azioni che decide, indizio il portamento che assume, prova il suo tono, il suo timbro tipico: intransigente - mai increspato da esitazioni o assaltato da ravvedimenti o minacciato da incongruenze -, e, insieme, disposto al presagio che la mente e la scienza non esauriscono. Tutto si tiene e tutto si risponde, dalla cura formale di un volume alle più ardite espressioni anagogiche, dalla scelta del tale o del talaltro autore da curare al rifiuto sprezzante di venire a patti con le lusinghe del tempo e le effimere esigenze di tristi mondanità. E chi vedesse un Ar di prima e un Ar di poi – magari l’Ar possibilista della Disintegrazione del sistema contro l’Ar imperativo del Fronte Nazionale e della cultura razziale, o l’Ar benevolo mentore della ‘comunità’ contro l’Ar che ghigna di fronte alla smania di stropicciarsi insieme contrabbandata per politica – incorre in un difetto di visione. Non ci sono epoche, non ci sono periodi, ma la tensione concentrica a “dispiegare l’infinità di uno stesso pensiero”.
Tale pensiero può compendiarsi nel termine “aristocrazia”, così come vi accenna Eraclito di Efeso, ne ragiona Platone, ne investiga Nietzsche, ne sogna Cristina Campo, ne dice Gòmez Dàvila. Ma pure così come la esprimono Omero, Virgilio, Dante, Shakespeare, e le saghe delle mitologie arie, e quei mirabili canti di ribelli che esaltano il nichilismo dell’insorgenza e il coraggio di brandire il no e battersi fino al “grande sì” (il sì che mette d’accordo uomini e Dei).
L’aristocrazia che cerca, nell’uomo, di esaltare in primo luogo la lealtà, e poi la forza, il coraggio, la lucidità, la cultura intesa come tensione alla perfezione di ciò che si fa, si sia sacerdoti o vasai, scrittori o scalpellini. L’aristocrazia che nulla ha a che fare con il censo, e dal denaro, anzi, viene disturbata, poiché il denaro tende a istituire le proprie perverse gerarchie materialistiche contro l’ordine normale del valore, giungendo infine, in nome di una ottusa sete, a estirpare dal cuore dell’uomo i germi di ogni cerca oltremondana. L’aristocrazia che, prima di essere azione, è essenza. Che sorge di là dalla storia e sopravvive oltre la storia.
Il comunismo platonico cui, nel 1969, Freda dedicò la sua Disintegrazione rappresentava il tentativo di imporre – con un colpo di mano celeste - alle strutture e dinamiche storiche le figure metastoriche e antistoriche del valore. Era la sua lealtà nei confronti delle differenze e della gerarchia ad armargli la penna e l’animo. Battersi per riportare in alto ciò che è alto. Battersi perché tra pari vi sia l’armonia della parità e, tra diseguali, il rispetto della diseguaglianza. Battersi per la giustizia castale del suum cuique. E per vendicare una certa eresia del Novecento.
Perché leggere la storia soltanto in chiave morale e non applicarvi invece lo sguardo del tragico greco, alunno della sola Necessità? Perché fidare in una storia dominata dal ritmo del piccolo passo progressivo e non pensare di poter introdurre il balzo, lo scandalo dell’agguato? E come imporre l’ordine (ossimorico) dell’armonia, nel tempo? Attraverso la grande crisi, la rivoluzione totale. Occorreva immolare il sistema e smascherare il suo inganno. Annientare la prepotenza del denaro. Armare una rivolta di tutti i colori, un caleidoscopio di ribellione, che poi chiarisse, in un secondo momento, le proprie specificità e si traducesse infine in Stimmung ‘feudale’, di vassallaggio e protezione, di fedeltà e rispetto (perché solo nel non annullamento delle differenze può intervenire rispetto).
In una formula: eversione per la reversione. Insorgere non precipitando in un futuro inquietante, ma, quasi, guardando di traverso il proprio tempo, con gli occhi concentrati sull’orizzonte “dove cielo e terra si confondono. Dove l’illuminante e l’illuminato danno vita al luminoso.”
E a fondare lo slancio dell’agire-contro, la decantazione del pensare-contro e del sentire-contro attraverso il libro. Il perfezionamento di una visione del mondo completamente ‘altra’: antiumanistica, antindividualistica, radicalmente antimoderna. La consuetudine con voci diverse da quelle che affollano i giornali e la pubblicistica caduca. Voci arcaiche, attente all’assoluto e non alle mode. Voci che dicono la nullità delle presunzioni sentimentali dell’uomo: a cominciare dal postulato risibile dell’inviolabilità della vita umana e dalla pretesa di reclamare il diritto a una libertà senza mete di rango cui volgersi.
In tale paesaggio l’eccezione (il nietzscheano “colpo a segno” della specie) è intesa come salute di ciascuno: come spettacolo confermativo e rigenerante. La grandezza è la vera realtà: e l’illusione legalitaria del giorno che scorre è futile presunzione. L’eroe è l’idea che presiede all’etica: ed è meta cui tendere per sottrazione – di vanità, di petulanza, di capricci, di viziati agi (l’essenzialità di sé contro l’enfiagione di sé, tipica dell’oggi, che vede nell’accumulo una crescita, un’ascesa). L’estremismo (che è non ottundimento passionale ma illuminazione dell’essenza germinale) è la norma che ispira gli animi: estremismo del vasaio nel pretendere da sé (non per sé, per propria utilità; ma in sé, per proprio onore) di creare il vaso più perfetto, estremismo del copista nel copiare senza sdrucciolamento alcuno, estremismo del soldato nel rispettare le consegne, di là dalla morte e dall’angusto, fradicio, presuntuoso, delirante cuore dell’individuo-spicciolo che infesta la stagione uggiosa in cui viviamo.

Anna K. Valerio - 22 Febbraio 2008 [cultura.net]

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