QUALCHE
INFORMAZIONE SULLE RUNE Sin dai tempi antichi le rune
sono state avvolte in un alone di mistero: nessuno sa con certezza quando siano
"nate", nè da cosa esattamente abbiano tratto ispirazione (per
alcuni studiosi nascono come imitazione degli alfabeti italici, soprattutto etruschi
e veneti, per altri sono autoctone e forse retaggio di un'antichissima scrittura
sacrale indoeuropea). Quando si parla di rune bisogna affrontare l'argomento
da due punti di vista: storico-linguistico e magico/rituale. Iniziando con
introdurle scientificamente, diciamo che le rune sono l'alfabeto utilizzato dalle
popolazioni germaniche dai tempi arcaici (le prime iscrizioni risalgono al I-II
sec. d.C.) fino al XII secolo circa (anche se si conosce un'iscrizione runica
datata al XV secolo, trovata in Groenlandia). Un indizio sulla nascita
delle rune lo offre un ritrovamento chiamato "elmo B di Negau", ritrovato
in Germania. Sull'elmo è riportata un'iscrizione in caratteri venetici,
ma la lingua del testo sembrerebbe essere una forma di germanico antico. L'iscrizione
recita "heriagastiz teiwa" (Herjagastir [fece?] / [per il] dio?). Heriagastiz
è un sostantivo composto dai termini germanici *herja-/*harja- "esercito,
combattere" e *gastiz "ospite". Forse è un nome proprio.
Teiwa potrebbe o essere una forma antica del verbo debole *tawa "fare",
oppure potrebbe essere una versione arcaica del dio germanico Tiwaz (Tiw o Tyr
in tradizioni più tarde). La parola è direttamente collegata con
altre radici indoeuropee indicanti la parola per "dio", come il latino
deus, il greco theos, il celtico dia e il vedico dyaus (in germanico diventa *tiw(as)). Inizialmente
è probabile che esistesse un alfabeto comune a tutte le genti germaniche,
che gli studiosi di runologia chiamano "fuþark arcaico" composto
da 24 segni. Fuþark [futhark] é il nome convenzionale
dato all'alfabeto runico, detto cosí dai valori fonetici delle prime 6
rune inziali, f-u-þ-a-r-k, come del resto la parola stessa "alfabeto"
deriva dalle prime due lettere dell'alfabeto greco, "alfa" e "beta".
Il futhark antico di 24 segni, fu modificato in Scandinavia, dove
si ebbe la "rivoluzione runica" dell'epoca vichinga, in cui il numero
delle rune usate fu ridotto a 16. Nessuno sa esattamente perché: c'é
chi dice che il cambiamento fu prodotto dalla volontá di semplificare e
velocizzare la scrittura, ma é una teoria difficilmente credibile perché
con 16 segni una runa puó avere fino a sei suoni diversi, rendendo difficile
sia la lettura che l'incisione. Probabilmente la riduzione seguì la trasformazione
della società scandinava da stabile a dinamica, e un popolo di mercanti
ha bisogno di una scrittura capace di fare molte abbreviazioni per poter comunicare
più cose possibili in poco tempo e in poco spazio (le iscrizioni di uso
quotidiano venivano incise su pezzetti di legno e/o corteccia). Ma è
una teoria comunque poco affidabile. Le genti germaniche continentali abbandonarono
l'uso delle rune giá nel IV secolo su pressione della latinizzazione e
del cristianesimo, mentre il loro uso sopravvisse piú a lungo presso gli
Anglosassoni in Inghilterra (dove furono usate fino al IX-X sec., con un alfabeto
che si sviluppò fino ad includere 33 segni), in misura minore presso i
Frisoni (che adottarono il futhark anglosassone che è detto anche futhark
anglo-frisone) e, soprattutto, presso i Nordici che mantennero piú a lungo
l'uso di scrivere con le rune (oltre a mantenere caratteri linguistici e grafici
molto arcaici anche quando gli altri popoli germanici evolsero la loro scrittura
runica). Inizialmente le incisioni runiche erano a carattere dichiarativo,
votivo o magico. La piú antica iscrizione runica é stata ritrovata
in Danimarca, su un corno cerimoniale d'oro (detto corno di Gallehus, dalla località
in cui fu trovato). L'iscrizione, in lingua protonordica (una lingua ricorstruita
dai filologi, comune alle genti nordiche, che si considera come l'antenata diretta
delle lingue nordiche moderne e del norreno o nordico antico, che è la
fase successiva del protonordico o urgermanisch [urnordiska]) recita: "ek
HlewagastiR holtijar horna tawido" (Io, Hlewagastir [figlio?] di Holt feci
il corno) Si denotano molti aspetti arcaici del germanico: il genitivo di
holt- mediante la desinenza -jar (che denota la presenza della semivocale /j/
che poi cadde nel nordico), il preterito del verbo debole *tawa ("fare")
in -do, che dimostrano come l'uso della lingua scritta fosse ancora legata ad
epoche anteriori (il corno è datato al V secolo, ma la lingua ha strutture
morfologiche molto più antiche; è come se oggi per scrivere una
lettera usassimo il volgare dantesco della Divina Commedia). Col tempo la scrittura
runica passò alle incisioni su pietra, soprattutto celebrative (le più
semplici hanno uno schema simile: "X (parente in vita del defunto) pose la
pietra in memoria di Y (il defunto), che fece queste cose") o, più
raramente, votive (una pietra in Svezia porta l'iscrizione "Þórr
vigi", "Thor benedica"). Con la conversione al cristianesimo
le rune non scomparvero, anche se vennero introdotti sulle pietre simboli cristiani
come la croce, affiancata tuttavia a simboli pagani come draghi, spirali ecc.
Anzi, le iscrizioni runiche furono utilizzate anche in contesti cristiani: molte
iscrizioni scandinave del XI riportano la formula "Guð hiálpi
salu (hans)" (Dio aiuti lanima sua). Solo nel Medioevo la scrittura
iniziò ad entrare nel quotidiano, acquistando importanza e si optò
dunque per l'utilizzo dell'alfabeto latino che era usato dai dotti in tutta Europa,
ma le rune rimasero oggetto di studio e la loro conoscenza fu sia trasmessa oralmente
sia codificata in raccolte scritte e dal XVI secolo è iniziata l'era dello
studio critico delle rune (runologia) e delle iscrizioni. Tuttavia l'uso di incidere
rune ad uso magico rimase radicato fino al XX secolo: in Svezia, agli inizi del
'900, una domestica sapeva incidere rune e lo faceva a scopo rituale, anche se
secondo la sua versione era "per buona sorte". E qui entriamo
nel vastissimo campo magico delle rune. Inanzitutto, le rune nascono magicamente.
Secondo il mito fu Odino a carpire il segreto delle rune, che quindi già
esistevano "nell'aria, ma nessuno sapeva incidere la loro potenza" (Hàvamàl.).
Sacrificato a sè stesso, impiccato e perforato dalla sua lancia sull'albero
che regge l'universo (Yggdrasill) per "nove giorni e nove intere notti",
Odino raggiunge l'estasi mistica dopo atroci sofferenze, e in mezzo a questo,
coglie il segreto delle rune e le agguanta (vedasi Edda poetica, carme Hàvamàl,
vv 138 e seguenti). Successivamente il dio perfeziona l'arte ed impara
a sfruttare i poteri magici delle rune, che sono enormi. Secondo il mito le rune
possono legare i nemici fino a renderli inermi, rendere chi padroneggia la loro
arte (o la sua arma) invincibile o invulnerabile; ci sono rune che fanno innamorare,
rendere deboli o forti, che favoriscono il parto o il sesso, e perfino rune che
causano dolore, malattia e morte. Queste capacità magiche delle rune sono
note tuttavia solo a lui e ad altri pochi dèi, che si occupano di magia
(come la grande dea-maga Freyja, che insegna ad Odino l'arte della magia curativa
secondo i miti). Ma anche alcuni uomini particolarmente dotati possono conoscere
la magia runica: è il caso di Egill Skallagrimsson, un poeta/guerriero
islandese protagonista dell'omonima saga. In un episodio si narra di come Egill
salvi dalla morte una ragazza incidendo su un pettine delle rune curative: la
ragazza era ammalata per via di una precedente iscrizione di rune magiche, fatta
da un giovane inesperto e non maestro dell'arte runica, che voleva indurla all'amore.
In un altro episodio Egill incide rune di vendetta sul "palo d'infamia":
uno strumento di maledizione molto forte praticato nel nord. Si prendeva una testa
mozzata di cavallo e la si metteva su un palo, sul quale si incidevano rune di
vendetta; poi si dirigeva la testa verso la casa della persona da colpire, ed
il gioco era fatto. Egill la puntò verso il re norvegese Eirikr Blodyks
(asciasanguinosa), con cui aveva avuto dei diverbi legali: qualche tempo dopo
il re fu cacciato ed esiliato in Inghilterra. Un altro episodio riportato
nei miti è l'incontro tra l'eroe Sigurðr [Sigurdhr] (il noto Sigfrido
dei Nibelunghi) e la valchiria Brynhílðr (Brunhilde). Dopo aver salvato
la dea dal fuoco, Sigurdhr riceve per ricompensa l'insegnamento dell'arte magica
delle rune. Nel poema Hàvamàl, Odino elenca i poteri derivategli
dalla conoscenza delle rune ad un certo Loddfafnir, a cui dispensa anche consigli
di vita. Ovviamente non si sa con precisione l'uso specifico che i Germani
o i Nordici facessero delle rune in ambito magico-divinatorio-rituale, si possono
solo fare delle ipotesi basandosi sulle antiche saghe (fonti tarde, attendibilitá
scarsa...) oppure su notizie riportate da cronisti esterni (non sempre veritiere). Oggi
si fa un uso soprattutto divinatorio delle rune, basandosi piuttosto sul valore
dato ad esse dai pionieri della New Age e delle correnti esoteriste. Il modo di
divinazione cambia a seconda della persona che ne fa uso, si dice; e molto valore
si da ai nomi delle singole rune. Di poche rune si conoscono effettivamente gli
utilizzi antichi: nel carme di Sigfrido la valchiria gli insegna ad incidere sulla
spada la runa Tyr tre volte per migliorare l'efficienza dell'arma (Tyr è
runa di coraggio e valore, che prende il nome dal dio della guerra; corrisponde
ai valori fonetici /t/, /d/, /dt/, /td/). Esempi di divinazione in tempi antichi
è riportata inanzitutto da Tacito in "Germania", dove scrive
che i Germani traggono auspici incidendo segni (rune, quasi certamente) su bastoncini
e spargendoli su un panno; in alcune saghe islandesi si narra della "veggente"
(vòlva) che sparge ossa e bastoncini runici e ne trae responsi dopo aver
invocato le potenze divine giuste. Queste veggenti solevano andare in trance prima
della divinazione, un rituale simile a quello di molti popoli con religioni sciamaniche
(in Scandinavia una cultura tale è quella dei Lapponi: alcuni credono che
queste pratiche di "trance" siano state frutto dei rapporti tra Lapponi
e nordici durante i secoli). Anche Odino, prima di carpire le rune, era in trance,
ed in trance si dice che egli possa anche viaggiare al di fuori del suo corpo
(come fanno molti sciamani). La trasmissione orale della conoscenza intorno
alle rune è legata sicuramente ai "poemi runici", versi poetici
che introducono ogni singola runa con una breve descrizione, assieme al suo nome.
Ci sono pervenuti finora tre tipi di poemi runici, in anglosassone, in norvegese
antico e in antico islandese. Questi ultimi due sono composti, praticamente, nella
stessa lingua (norreno o nordico occidentale), ma presentano caratteristiche diverse
nell'uso di termini e versi, e per questo sono presentate singolarmente. E
dubbio sul quale dei due poemi runici scandinavi sia il più antico; la
maggior parte degli studiosi propende per quello islandese. Il poema runico
anglosassone tratta il futhark arcaico, quello da 24 segni, mentre quelli scandinavi
trattano solo delle rune del futhark recente, quello da 16 rune. Probabilmente
le rune arcaiche furono utilizzate più frequentemente in magia e per la
divinazione, mentre solo l'alfabeto runico destinato alle iscrizioni e alle faccende
quotidiane fu soggetto ad evoluzioni. L'uso di incidere rune arcaiche sopravvisse
anche quando si desiderava caricare un oggetto di potere magico, oppure consacrarlo.
Si sono trovate else di spade anglosassoni del X - XI secolo con sopra inciso
il nome del proprietario ed una fila di rune del futhark arcaico, sicuramente
a carattere magico. IL
SIGNIFICATO DELLE RUNE >> |